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L'amicizia
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Carlo Ripolo

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Profilo - Carlo Ripolo
04 giugno 2004 alle 14:28:58 Profilo - Carlo RipoloInvia un messaggio privato Rispondi quotando
In un mondo dominato dall’interesse materiale e da motivazioni economiche…, èpossibile ancora coltivare il sentimento dell’amicizia in termini di dolcezza e gioia di dare ed aiutare?
Mi piacerebbe sentire la vostra opinione, carissimi “amici”, che vedo numerosi nei contatti ma poco disposti ai commenti…, dopo aver letto il commovente racconto di Tiziana Albanese:

IDA: IL NOME DELL'AMICIZIA.

Gli anziani: una fonte inesauribile di saggezza e di esperienze.
Ad essi possiamo ascrivere una categoria particolare: i nonni,gli anziani più saggi, esperti e perchè no., più simpatici. Essi amano i loro nipoti più dei loro figli, forse perchè, ad una certa età, si ritorna bambini. E per amore dei nipoti sopportano tutto: i capricci, gli sgarbi. Danno tutto ciò che hanno e, in cambio, chiedono solo amore.
Mio nonno è colui che,forse, rappresenta meglio di tutti il genere di anziani descritti. In famiglia è l'unico che mi appoggia sempre,che mi dà ragione anche Quando ho torto, che mi vizia, che mi giustifica in ogni occasione. Ma, purtroppo, molto spesso, io commetto l'errore di molti miei coetani e, per fretta o per noncuranza,non ricambio le sue attenzioni. Altre volte, invece, anche per quietare il rimorso che mi causa Questo comportamento, mi siedo accanto a lui e gli chiedo di raccontarmi qualche episodio della sua gioventù. Amo ascoltare i suoi racconti, perché mi parla con parole semplici, ma descrive le scene e i fatti in modo così realistico che mi è facile poterli immaginare.
Quando sono malata, poi, trascorre con me interi pomeriggi e parliamo, parliamo, e lui mi racconta gli aneddoti più belli e divertenti. Una volta, però, gli chiesi di parlarmi del periodo in cui era partigiano. Lui si fece serio e cercò di cambiare discorso ma io,incuriosita dalla sua reticenza, lo esortai a parlare, e lui cedette alla mia insistenza.

"Quella della guerra fu l'esperienza più drammatica della mia vita - cominciò mio nonno - io ero sposato da meno di un anno, quando fui richiamato alle armi. Sarei dovuto entrare negli eserciti alleati ai tedeschi. Era il `43. Dovetti salutare mia moglie e il bambino che gia cresceva dentro di lei, e mettermi in viaggio, con il rimorso di lasciarla sola e con un figlio in arrivo, e con il triste pensiero che forse non l'avrei più rivista e non avrei mai conosciuto mio figlio. Ero stato assegnata ad una caserma in un paese vicino Roma, Civitavecchia. Quando vi arrivai, fui assegnato al deposito armi; ma, due o tre settimane dopo, fui mandato anch'io sul campo di battaglia poiché l'esercito aveva perso molti uomini, e mancò poco che, una o due volte, ci rimettessi la pelle. Poi, un giorno, fui ferito gravemente al braccio e fui portato in un ricovero. Lì divenni amico di un ragazzo che aveva poco più di vent'anni e che veniva, come me, dalla Calabria, da Scilla. Andammo subito d'accordo. Si chiamava Beppe. Per la prima volta, dopo tanti mesi,mi sentii come a casa mia. Beppe era l'ultimo di sette fratelli,tutti maschi e tutti arruolati. Ma il più grande, Gianni, aveva disertato per allearsi con i partigiani, e dopo un paio di giorni capii che anche Beppe l'avrebbe fatto. Fu lui stesso a parlarmene, poco prima che venissi dimesso: "Io non ci torno a combattere per un dittatore che ci vuole sfruttare tutti. No, non mi farò ammazzare per lui. Hanno ragione mio fratello ed i partigiani, che vogliono l'Italia libera. Ed io, quasi quasi..."; ma poi si fermava, forse perché capiva che, anche volendolo, non sarebbe riuscito a fuggire. Anch'io restavo un pò pensoso quando faceva questi discorsi, perché sapevo che aveva effettivamente ragione. Ma neanch'io capivo come avremmo potuto scappare, visto che il ricovero si trovava vicino all'accampamento. Una sera, però, fui svegliato da Beppe: "Sono riuscito a mettermi d'accordo con mio fratello - mi disse - che ci aiuterà a fuggire ed a raggiungere lui ed i suoi amici. Che fai, vieni con me?".Benché fossi ancora scosso per il brusco risveglio, capii benissimo ciò che mi proponeva: "Ma ... quando?", cominciai a dire mettendomi a sedere sul letto: "Stanotte. Ora, subito" fu la sua risposta secca e decisa. Io non sapevo che fare. Ma, alla fine, decisi di seguirlo,perché, pensavo, se fossi morto,l'avrei fatto per una giusta causa. Mi alzai e rapidamente mi vestii. Beppe aveva già preparato tutte le sue cose; io raccolsi le mie in fretta e furia ed uscimmo dalla stanza. La sentinella ci vide, ma non disse nulla, faceva parte del piano. Attraversammo l'accampamento in punta di piedi e, quando fummo fuori, ci nascondemmo in un bosco che si trovava lì vicino. Beppe, che teneva la torcia elettrica, controllava la strada e ben presto arrivammo da suo fratello, che non parve molto contento di vedermi. Appena mi scorse: "E questo -chiese al fratello- che te lo sei portato a fare? Ho già dei problemi per nascondere te!".Beppe replicò che ero suo amico, che venivo dalla Calabria, che ero un bravo soldato, e lui si calmò. Ma, dopo un po', quando fu ora di spostarci, Gianni mi si avvicinò con una benda e disse: "Mi dispiace, ma non puoi vedere dove vi porterò". Mi legò la benda intorno agli occhi, mi diede un colpo in testa ed io caddi a terra, tramortito. Mi risvegliai la mattina seguente, quando il sole era già alto. Avevo un gran mal di testa, forse per il colpo ricevuto la sera precedente. Mi guardai intorno e vidi una piccola stanza con due letti, un armadio, un tavolo e delle sedie. Beppe era seduto sull'uscio, di spalle, e non capivo bene cosa facesse. Mi alzai intontito e mi avvicinai al tavolo, dove c'erano dei panini imbottiti.Ne presi uno e andai a sedermi accanto a Beppe, che stava scrivendo: "Ciao-gli dissi- che cosa scrivi?". "Una lettera per la mia famiglia. Chissà come saranno in pensiero...". "Già...-commentai io un pò giù di morale. Le sue parole mi avevano ricordato la mia famiglia; il ragazzo lo capì e mi chiese di parlargliene: forse in quel modo avrei sofferto di meno. Ed io gli raccontai di mia moglie,e del figlio che ancora doveva nascere quando ero partito e che adesso doveva avere qualche mese. Beppe sospirò: "Beh, tu almeno hai avuto il tempo di farti una famiglia. Io, invece, ho potuto solo fidanzarmi con una ragazza del mio paese. Si chiama Ida ed ha ancora diciasette anni. Quando torno la sposo". Poiché entrambi avevano un triste presentimento, quello di non ritornare più alla nostra terra e alle nostre famiglie, cambiammo discorso, e Beppe disse che suo fratello si era comportato in quel modo la sera precedente perché quella cascina dove noi ci trovavamo era una base segreta dei partigiani. Noi saremmo rimasti lì per circa due mesi, finché non si fossero calmate le acque.

Invece in quella cascina a ridosso delle montagne fummo costretti a trascorrere quattro mesi.
Passavamo le giornate a discutere con il mio amico di qualsiasi
argomento ma, gira e rigira, molto spesso arrivavamo a parlare lui di Ida, ed io di mia moglie e di quel figlio che, pensavo, non mi avrebbe riconosciuto, se mai avessi fatto ritorno a casa. Suo fratello veniva a trovarci spesso, ci portava da mangiare, ci diceva le ultime notizie, e prendeva le lettere che Beppe scriveva a Ida e alla sua famiglia.
Poi, una sera, egli tornò insieme a due suoi compagni, dicendoci che era giunta l'ora di scendere a valle ed aiutare i partigiani a combattere. Ci preparammo e, naturalmente, io fui bendato e guidato da uno dei due uomini. Ci incamminammo giù per la montagna con enormi difficoltà, a causa del tortuoso percorso. Furono allora costretti a togliermi la benda. Giungemmo, dopo circa un'ora di cammino, ad un'altra baracca dove c'erano parecchi uomini. Uno di essi si rivolse a Gianni: "Bentornato. Avete avuto problemi?"."No -rispose- questo è mio fratello, e questo è il suo compagno".
L'uomo, che doveva essere uno dei capi ci strinse la mano e guardò con aria accigliata Beppe, preoccupato, forse, dalla sua giovane età. Poi, egli si allontanò con Gianni e noi ci mettemmo in un angolo. Non ero tranquillo, e non ne capivo il perché, visto che non era la prima volta che combattevo. Anche Beppe era nervoso ed io compresi che aveva paura, ed era giusto perché, a vent'anni, si aveva il diritto di avere paura. Poi Gianni venne ad avvertirci che di lì a poco saremmo partiti e noi due avremmo fatto parte di coloro che precedevano il grosso del gruppo. Beppe protestò: "Ma stai mandando allo sbaraglio tuo fratello!". Gianni rispose duramente: "Tu qui non sei mio fratello, sei un soldato qualunque che lotta e si sacrifica per la libertà della sua patria. Ti avevo avvertito che non sarebbe stato facile, vero?". Beppe abbassò gli occhi e annuì, e il fratello si allontanò. Povero Beppe, pensai, troppo giovane per capire realmente il "sacrificio per la patria". Così partimmo;Beppe era molto nervoso e si voltava e rivoltava ad ogni rumore.
C'era poca luce, non vedevamo bene, e la strada era accidentata.E purtroppo accadde ciò che temevo. Un gruppo di soldati fascisti ci colse all'improvviso e ci circondò. Cominciò la battaglia e arrivarono gli altri rartigiani, ma eravamo comunque in numero minore. Fui ferito e Beppe cercò di condurmi fuori dal combattimento.
Appena mi alzai, cominciammo a scappare verso l'interno, ma ci vide un fascista,che purtroppo sparò su Beppe e lo colpÌ per ben due volte. Mi fermai e cercai di farlo rialzare, ma non ce la faceva:"Lasciami qui, scappa,per me è finita". Non gli detti retta, lo presi in braccio ed entrai nel bosco. Nessuno mi seguì,per fortuna, e dopo aver corso un po' , per quanto il mio compagno me lo permettesse, rallentai il passo. Beppe, che aveva perso i sensi, si risvegliò e, ancora una volta, mi chiese di lasciarlo al suo destino,altrimenti avrebbero preso anche me. Ma io protestai:"Non ti lascio,e tu non puoi arrenderti così! Pensa... Pensa a Ida!". Ma Beppe aveva nuovamente perso i sensi. Arrivati alla riva di un fiume mi fermai, e adagiai Beppe sul terreno. Aveva la febbre alta e i brividi. Lo coprii anche con la mia giacca e cercai di pulire le ferite con l'acqua. Ma il ragazzo cominciò a delirare. Passai la notte accanto a lui e poi, verso l'alba, egli riprese conoscenza per un attimo:" Ormai lo so, è giunto il mio momento; ti chiedo solo un favore: prendi la catenina che ho al collo e portala a Ida, come pegno del mio eterno amore. Mi dispiace che finisca così, ma ognuno ha un destino, ed io non posso cambiare il mio... Avrei voluto avere soltanto il tempo di sposarla...", ma non riuscì a finire la frase, ed esalò il suo ultimo respiro. Il suo volto assunse un'espressione serena, forse perché il suo ultimo pensiero era stata Ida.
Guardando quel ragazzo ormai morto, non potei trattenere le lacrime;e piansi, piansi amaramente perché capii che non vi erano giuste cause per cui combattere, soffrire e morire.
Vidi l'alba illuminare con i suoi colori leggeri il volto beato del
mio amico. Mi alzai e scavai una fossa accanto ad un albero, vi seppellii il ragazzo e poi incisi sul tronco il suo nome ed il giorno della sua morte; e poi mi fermai ad osservare l'alba che, con i suoi colori e le sue sfumature indefinibili, riportò in me calma e tranquillità"

Mio nonno sospese un attimo il racconto, ma io non ero del tutto sodisfatta: "E la catenina che fine fece?". "Ah, già... la catenina.- riprese- Dunque, dopo la morte di Beppe cercai il modo di tornare a casa e, dopo essere arrivato in un paese, chiesi indicazioni per Roma. Seguii la strada sempre attraverso i boschi e, giunto a Roma,mi nascosi in un treno diretto a Napoli. La stazione era piena di soldati fascisti, e salire sul treno fu un'impresa difficile, ma ci riuscii. Poi da Napoli proseguii a piedi; ma, per fortuna, lungo la strada mi fu dato un passaggio in automobile fino a Palmi. Quindi,da lì, raggiunsi a piedi Scilla. Arrivato in paese, cercai la casa della famiglia di Beppe e, quando vi arrivai, fui accolto da una donna anziana, la madre del ragazzo, vestita tutta di nero. Mi disse,fra le lacrime, che aveva saputo la notizia da Gianni. Accanto a lei vi era una ragazza, anche ella vestita a lutto e con gli occhi gonfi di pianto. Era Ida. Anche lei mi conosceva, Beppe le aveva scritto di me nelle ultime lettere. Quando le diedi la catenina, non riuscì a trattenere le lacrime. Poi, dopo essersi calmata, me la restituì dicendo: "Per Beppe siete stato come un fratello in questi ultimi mesi, me lo scriveva nelle sue lettere. Lo avete capito ed aiutato quando più ne aveva bisogno. E' più giusto, quindi, che teniate voi la catenina". Rimasi colpito dalla gratitudine di quella ragazza,così giovane, ma così matura e responsabile. E la ringraziai. Poi presi la strada verso casa. Arrivai nel mio paese a notte fonda e,quando entrai in casa, tua nonna mi accolse con la canna di un fucile puntata contro di me, non pensando che fossi io. Anche per lei c'era la guerra, e non era facile. Quando mi riconobbe gettò il fucile e mi corse incontro piangendo di gioia. Ci abbracciammo forte:entrambi avevamo perso la speranza di vivere quel momento. Poi mi fece vedere mia figlia, e la sensazione che provai è indescrivibile.La bimba era stata chiamata Lucia, come avevamo deciso io e tua nonna prima che partissi, ma, mettendole al collo la catenina, le diedi un secondo nome: Ida."


Stavolta mio nonno aveva proprio finito, ed io, seppur a malincuore,non gli chiesi nulla, perché aveva già le lacrime agli occhi. Mi dispiacque di aver tanto insistito, e glielo dissi; ma lui sorrise e rispose: "Non importa. I ricordi, talvolta, sono dolorosi, ma servono. Oggi, ad esempio, grazie ad essi, hai compreso che sentimenti come l'amore, l'amicizia e la lealtà, non si fermano neanche di fronte alla morte."




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